Sono giorni che vivo a Tilcara, 2460 m, al centro della Quebrada di Humahuaca, tra le Ande della querida Argentina. Uno dei Luoghi.
Al di fuori delle mete turistiche con panorami mozzafiato raggiungibili in auto o fuoristrada, il territorio offre infinite possibilità. Risale solo a ieri una esplorazione inventata in un canyon lungo e selvaggio, tra maestosi cactus. Nessuna traccia di sentiero, nessuna traccia di presenza umana, solo la profondità arricchente del deserto.
La mattina di oggi rigurgita di luce, con le temperature fresche della notte in veloce ritirata. Meta odierna la montagna che sovrasta il paese di Tilcara. Scendo fino al río Huasamayo con l’intento di raggiungere la Garganta del diablo da un sentiero poco frequentato, ma il torrente ha occupato la traccia che costeggia la parete rocciosa. Torno indietro e inforco il percorso tradizionale che porta alla Gola del diavolo. Il cielo è oltre il blu, punteggiato da microscopiche nuvole; l’aria secca e il sole di media quota andina si fanno strada nel corpo, liberandolo.
Dopo il parcheggio e l’entrata della Garganta, prendendo un sentiero che punta in alto, anche la mente si libera: a destra la gola profonda, dall’altra parte la montagna di Tilcara, e davanti una visione immensa su un altopiano disabitato. Salgo ancora fino a penetrare questa vastità paradisiaca. Il torrente abissale, le corolle di montagne dai mille colori, i cespugli spinosi che gioiscono dopo le avare piogge, e cactus antichi che guardano al cielo e ai rari esseri umani dalla vita effimera che transitano.
Ma ecco che inaspettatamente mi trovo davanti a una scena curiosa: due ragazzi stranieri tentano di conversare con un signore del luogo dominato ancora dalla sbornia notturna. Sorrido. Saluto i viandanti.
Mentre l’uomo anziano parla senza sosta, i giovani mi chiedono informazioni sui percorsi che potrebbero perlustrare.
“Il sentiero prosegue tantissimo se percorrete questo altopiano. È speciale. Io oggi provo a salire la montagna che vedete a sinistra”, dico loro.
Il ragazzo e la ragazza si guardano, poi domandano se possono venire con me. Emma e Lucien saranno l’incontro più prezioso del viaggio. Si scopriranno persone curiose, che pongono domande, pronte all’intercambio universitario che presto inizieranno a Salta. Dopo esserci conosciuti e aver legato in un soffio, insieme tentiamo di intercettare il sentiero che risale il monte. L’avevo visto con il binocolo una settimana prima dall’altopiano di fronte. A seguito di qualche tentativo lo troviamo. È una traccia di pastori e dei loro animali. Tutto intorno il silenzio; solo il cinguettio di qualche passeriforme e il nostro incedere sulla terra che cambia di colore.
Saliamo veloci a zig zag fino alla cresta. Emma e poi Lucien si siedono davanti al panorama sottostante dominato dal río Grande e dalla valle di Humahuaca. Accanto ai rari corsi d'acqua le coltivazioni agricole. Più in là, verso occidente, catene andine innevate. Immaginiamo oltre il Cile e il deserto più arido del mondo.
Prossimi a Time and Space dei The Cinematic Orchestra.
Prossimi al terzo Cielo.
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lunedì 10 marzo 2025
Incontri sulle Ande argentine
domenica 23 febbraio 2025
Abra Punta Corral. Quebrada de Humahuaca
Una domenica dentro i cieli delle Ande argentine. Una giornata straordinariamente ordinaria nella Quebrada de Humahuaca.
Lo spirito oggi mi porta ad attraversare il torrente Huasamayo per dirigermi nell’infinito altopiano che sovrasta questa parte della valle del río Grande. Ancora non sono cosciente che mi aspetta una traversata di sette ore e mezza con 30 chilometri di sviluppo. Subito vengo catturato dalla essenziale purezza del deserto: terra, pietre, cactus imperiali e cespugli spinosi che ritrovano la giovinezza dopo la pioggia.
Il sentiero sale piano costeggiando un avvallamento lieve, con a sinistra l'immensità dell’altopiano senza nome e il corollario costituito da montagne dalle rocce dai tanti colori.
L’anima raminga porta ad incrociare un uomo a cavallo. Mi chiede dove vado. “Vorrei raggiungere Abra Punta Corral”, rispondo.
“È lontano, se poi devi tornare. Camminando veloce da qui ci vogliono tre ore”, dice. Devo volare.
La mulattiera continua verso sud penetrando il río san Gregorio, ed è periodicamente costellata da portali religiosi. Nella settimana Santa gli abitanti di Tilcara partecipano alla processione che da Abra porta la Madonna del Corral in paese.
Il cammino cambia la sua linearità una volta che attraversa il secco fiume per sportarsi alla sua sinistra. La traccia quasi si perde causa una frana, poi torna chiara. Tornanti mi portano in alto tra l’aria pura e rarefatta.
Prima di raggiungere il cielo sorpasso due donne che stanno portando due giovani bovini verso i pascoli delle altitudini. Mi avvisano che poco piu avanti ci sono delle api selvatiche sul sentiero. “Corri!”. Passo velocemente quella parte di percorso obbligato e continuo l’ascesa verso la Punta.
Dopo quattro ore da Tilcara sono sulla meta. Due croci verniciate di bianco segnano la fine dell’altopiano a sud; da qui, 3800 metri, si scende. Il tempo non permette di raggiungere il luogo dove viene ospitata la Vergine del Corral.
Il tempo permette di seguire con le mani il profilo delle montagne, il paesaggio straordinario, incorporando la Sua magneficenza. Poi lo lascio ancora libero, come deve essere.
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sabato 11 gennaio 2025
Disperazione e luci a San Paolo, Brasile
Grazie alla esperienza dei volontari di Cheiro de capim, di frei Lucio e di padre Ignazio, le nostre anime cadono con la velocità di un respiro nell’abisso della miseria, della violenza e della bellezza dei bambini di strada, per poi penetrare il cuore di una variegata, generosa, comunità cittadina, delle sue feste legate alla religione, alla socialità e a quello che rimane di afro del loro passato. Questo fa parte della mia e di Sergio visita a São Paulo.
Splendori e abissi dell’umanità. Uomini e donne privati delle loro coscienze, persone quasi morte alla ricerca costante della sostanza che li farà morire di più. Bambini disorientati, violenti, maturati troppo in fretta, che conservano ancora essenza di purezza negli occhi induriti dal male. Famiglie che vagano nella metropoli immensa senza una meta precisa, seguendo i modi per recuperare qualche soldo da portare agli spacciatori o per acquistare alcol.
Eppure esistono molteplici realtà di volontariato e istituzionali che distribuiscono ogni giorno centinaia di pasti ai bisognosi, forniscono un tetto, una cura sanitaria e una educazione basica ai figli dei disperati; educatori che si confrontano con gli adulti e portano un sollievo ai loro bambini. L’oscurità è terribile, ma c’è luce e speranza. Luz, Paulista, Glicerio, Dom Pedro, Sé; queste sono alcune zone da noi visitate dove i volontari operano.
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lunedì 25 novembre 2024
La ruta de Los Volcanes da El Paso. La Palma
giovedì 21 marzo 2024
Agía Napa-Protaras: da costa a costa. Cipro
È una strana sensazione trovarsi nella zona di Agía Napa nel mese di marzo. Clima strepitoso, albe che rubano il fiato e quasi tutte le strutture ricettive chiuse. Bassa stagione. L’ideale per scoprire uno dei luoghi più intriganti dall’isola.
Questa giornata le articolazioni inferiori non mi guidano verso Cape Greco seguendo la costa disseminata da scogliere e spiagge preziose ma puntano all’entroterra. Dall’abitazione di Protarás -che ha già ricevuto l’abbondante benedizione dal sole risorto- attraverso la vicina strada principale, lascio i rifiuti nei contenitori della raccolta differenziata, percorro pochi metri e sulla destra trovo il percorso rurale in leggera ascesa. Dopo aver oltrepassato una chiesa moderna inizia la vegetazione mediterranea. Mi tuffo.
È una benedizione scorrere nella Natura dopo le moderate precipitazioni di gennaio e febbraio. Siamo all’apice della felicità: suonano al cielo gli uccellini, gioiscono di foglie nuove i cespugli e gli alberi, fioriscono i bulbi.
La cappella di Agioi Saranta l’incontro nel mezzo di una foresta di cipressi, incastrata nella collina di rocce chiare. La visito, quindi salgo sul promontorio che la sovrasta. Da quel punto incorporo la paziente flora del Mediterraneo, la costa e le increspature del suolo. La linea marina si distingue nettamente dal primo cielo. Ne approfitto per farmi un’idea del percorso non segnalato che vorrei compiere: attraversare questo minuto spigolo di mondo dalla costa nord a quella sud.
Cammino sulla strada bianca senza incontrare alcuno, passo un’altra cappella, quindi incrocio una via: prendo quella in salita.
Tento diverse opzioni di sentieri che continuamente si moltiplicano, infine trovo il luogo dove scavalcare la collina madre. Passo alcune case disabitate, vedo in lontananza uno dei molti insediamenti militari, e poi sono sulla strada che porta a Agía Napa. Ora è sufficiente scendere, senza più farsi aiutare dal telefono; l’altitudine tutto vede. Perdo dislivello con la mente sgombra liberata dal cammino. Devo accelerare, il pomeriggio è verso la decadenza. Chissà se da Agía Napa si contemplerà anche il decadimento dela stella solare?
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martedì 12 marzo 2024
Il filo spinato di Nicosia
giovedì 29 febbraio 2024
I monti Troodos a Cipro
Alle 9:20 passa il 64, l’unico mezzo pubblico che porta alle Troodos mountains. Qualche centinaia di metri lungo la passeggiata costiera di Lemesos e sono alla fermata del 64, di fronte ai giardini. Dai finestrini scorrono le spiagge fecondate dal mare Mediterraneo, la promenade, Old Hospital, e poi diritti verso nord, verso il centro dell’isola di Cipro. Sul bus qualche turista, gente del luogo e lavoratori stranieri.
L’autista ci conduce su colline di roccia bianca solcate da ulivi, da piante da frutto, da boschi. Ogni tanto passa un borgo con case basse colorate di chiaro.
Alle 11 siamo a Troodos square. Tutti scendono.
Dopo essermi orientato, in modo istintivo sono alla partenza del sentiero numero 10. Percorso troppo lungo per il mio tempo a disposizione, secondo la signora dell’ufficio turistico di Lemesos. Compongo i bastoncini da trekking e sono pronto per il giro circolare attorno al monte Olimpo, immerso in un fitto bosco di pinus brutia.
Percorro alcuni umidi avvallamenti settentrionali, accompagnato dai canti festosi degli uccelli che annunciano la primavera, con il terreno gravido di macchie di bucaneve autoctoni, giunti dopo le nevi.
Passando dal versante nord a quello est e poi meridionale, molto cambia. Il bosco di pini neri si dirada, si abbassa, quasi scompare, lasciando nel suolo arancione di pietre bianche, bassi cespugli globosi, splendide essenze di cipressi locali (j. foetidissima) e di cedro di Cipro. Tutte le piante poste a meridione conoscono le avversità estreme del clima. Soprattutto loro.
Sotto le brezze che soffiano svogliatamente da sud est, con il sole che riscalda il corpo, manca solo una cosa: il mare. Esso appare ben presto, oltre le colline verdi di Cipro, portando con il vento favorevole aromi alieni che si mischiano alle resine dei sempreverdi locali.
Continuo veloce il percorso circolare numero 10 nel parco nazionale dei monti Troodos senza quasi dislivello, incrociando rari escursionisti, penetrando piccole valli dove la vegetazione è più fitta. In una di queste depressioni incontro un cipresso dal tronco maestoso. Il cartello spiega che questo padre generatore ha 800 anni di vita.
Le prime macchie di neve le trovo a ovest e poi a nord. Sono sotto quasi 200 metri rispetto al monte Olimpo (1950 m) con le sue piste che da poco hanno chiuso agli sciatori.
In 2 ore e 55 minuti concludo il percorso di 14 chilometri. Ben in tempo per prendere il bus che torna in prossimità del mare Mediterraneo. Un altro mondo. I cieli sopra le Troodos mountains non verranno dimenticati.
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giovedì 7 dicembre 2023
Passione per La Graciosa
La Graciosa è il mio deserto, l’amore, lo stato di coscienza inalterato. Tanti giorni passati godendo ciascuna singola particella di presente, dove la consapevolezza si congiungeva e si disperdeva nell’anima della isola. Camminare, osservare, camminare, conoscere, rendere grazie. E ancora muoversi.
Sono due settimane che vago per sentieri incontrando quasi nessuno, facendo tacere la voce in favore del silenzio, dell’ascolto.
All’interno della riserva marina dell’arcipelago Chinijo, La Graciosa è una gemma di terra vulcanica che misura meno di dieci chilometri per cinque, all’estremo nord delle Canarie.
Questa mattina La Graciosa mi accoglie al meglio. Finalmente sono tornati i venti alisei. Il cielo turchese è profondamente intrecciato con innoque nuvole procedenti da settentrione. Esco dall’alloggio posto all’estremo est del villaggio di Caleta de Sebo e sono Dentro. Basta un passo e sono nella Natura. Oggi andiamo a est e poi a nord.
Prendo un sentiero che guarda dall’alto la costa tra radi cespugli di matabrusca e aulaga, un sentiero di sabbia che il vento ha rubato al mare. A sud, oltre lo stretto, scorrono le imponenti scogliere di Lanzarote, mentre a nord sono protetto dalle rocce scure che virano nel color porpora delle Agujas, la cui altezza massima giunge a 226 metri. La temperatura è ottima.
Avvicinandomi alle pendici delle colline e ai solchi tatuati nel tempo dalla rara acqua piovana, tra lievi avvallamenti il deserto permette la crescita alla tabaiba, a vigorosi cespugli di balancón, al matomoro. E alla pianta endemica favorita: la Kleinia neiirifolia, il verode.
Arrivato al barranco Conejos, entro nella sua fenditura e la discendo agilmente fino la mare. A sinistra ho il sentiero costiero che mi porta alle poche case di Pedro Barba. Proseguo brevemente fino alla punta est dell’isola e, mirando al norte, puntando a nord, sono salutato dagli alisei.
Le prima parte del sentiero si sviluppa tra aguzze roccette vulcaniche avare di vegetazione, mentre in lontananza vedo una specie di geyser che sputa acqua. Appena arrivato scopro che questo getto è provocato da un foro nella roccia nel quale le onde marine trovano periodico sfogo.
Proseguendo la costa verso nord, il paesaggio cambia decisamente: l’ambiente torna a essere sabbioso, con insenature dove possenti cavalloni dell’oceano Atlantico divenuto aperto offrono spettacolo senza fine. In lontananza si notano le altre piccole isole dell’arcipelago.
Il pellegrinaggio mi conduce fino a playa Ambar, quindi torno inizialmente per lo stesso percorso ma leggermente più nell’entroterra, passando accanto a una area protetta modellata da dune di sabbia. Sono da poco passate le 17, il momento che preferisco: nessuno in giro tranne qualche gabbiano felice, e la luce del sole inclinata. Visioni paradisiache.
Ritorno a Caleta de Sebo percorrendo un sentiero alto sopra il barranco Conejos, con il sole che discende a ovest negli occhi.
Nel silenzio del territorio e nel mio silenzio, al riparo dagli alisei, sento le onde lontane che si frantumano sulla costa vulcanica, i passi, e percepisco il sussurro delle essenze canarie, le mie piante. Una passione che non si estingue.
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sabato 4 marzo 2023
Fratelli argentini nel parco nazionale Los Alerces
Leo e Fer li conosco per caso. Stavo cercando un alloggio a Trèvelin, e mi fermo a chiedere in una cartoleria accanto la scuola. Ne esco almeno due ore dopo con la promessa di rivedermi con i due proprietari. Insieme alla Bolivia tropicale, Argentina è la Casa adottiva.
Ho da poco attraversato il confine cileno al passo del río Futaleufú. Ho lasciato la regione dei Laghi cavalcando le Ande, immerso nei suoi panorami indescrivibili, e ora mi trovo nella provincia Chubut. Trevelin. Come mi conferma l’amico John da Coyhaique, anche se siamo a fine febbraio, il clima della Patagonia pacifica sta lentamente peggiorando, così pure la sua variabilità. Meglio spostare lo sguardo (e la passione) da sud a est, nella Patagonia argentina.
Sabato mattina sono sulla Ford di Leo e Fer per una nuova visita nel parco nazionale Los Alerces. Questa volta con due guide di straprima categoria. Avvicinandoci alla catena andina si nota come l’umidità influisca sulla vegetazione: in pochi chilometri essa si fa più rigogliosa e potente. Varchiamo rapidi il posto di controllo dei guardiaparco con lo status privilegiato di residenti e penetriamo una delle riserve naturali più affascinanti della Patagonia.
La strada divenuta polverosa costeggia laghi e laghi, mentre il socievole Leo racconta le diverse località dove hanno vissuto, Terra del fuoco inclusa, per poi decidere di stabilirsi a Trevelin. La cittadina è piaciuta a Fer e al marito; la vicinanza delle università per i figli e, non ultimo, la contiguità con il parco hanno portato la famiglia a fermarsi nella provincia Chubut. Il racconto viene spesso interrotto per informare riguardo i vari punti del territorio attraversati.
Le mie esperte guide si fermano in un parcheggio gratuito dopo la conosciuta passerella sopra il río Arrayanes. Portiamo l’essenziale: acqua, il binocolo e una carta per riconoscere la fauna. Il clima si sta faticosamente riscaldando, nonostante il vento occidentale offra continui tappeti di nuvole alte.
Il sentiero che subito inforchiamo serpeggia tra saliscendi nei boschi sempreverde di sua maestosità il coihue, accompagnati da maitén, e dai tronchi chiari e levigati del arrayan. Odore di muschio e acqua. Camminiamo in ascesa fino al mirador alto sopra il lago Verde. Gli occhi spaziano da montagne di alberi a montagne innevate verso il Cile, al sottostante lago Verde che viene alimentato dal lago Rivadavia attraverso un fiume. Quando Dio ha creato la fabbrica dei laghi ha pensato a questi luoghi.
Poco dopo Fer indica il cielo, esclamando: “Guarda Estefano, due condor!”. I rapaci dalle ali superiori di color chiaro volano in moto circolare, in equilibrio perfetto con quello che li avvolge, allontanandosi verso l’alto.
Nella passerella sopra il río Arrayanes incontriamo molti turisti. Attraverso il ponte è possibile raggiungere il lago Menéndez e porto Chucao. Da questo porticciolo immerso nel bosco riconosciamo cigni dal collo nero, un veloce Martin pescatore e anatre australi.
Raggiunta l’auto viene estratta la borsa del mate, quindi andiamo a sorbirlo lungo la riva pacifica del lago Verde. Yerba mate prodotta da Fer, un yuyo speciale, tassativamente senza zucchero. Sto bene. Un nuovo fratello e una sorella.
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mercoledì 15 febbraio 2023
La carrettera Austral. Patagonia occidentale
Nella complessa trama del viaggio si sta tatuando un ulteriore intreccio, un intreccio alieno: la carrettera Austral.
Da ieri sono a Puerto Montt, da dove tutto parte. Cerco inutilmente di mettermi in contatto con la Kemelbus, l’unica impresa che coraggiosamente copre l’insidiosa tratta fino a Chaitén. Nessun risultato. Il biglietto si fa sull’autobus. Se si riesce a trovare un posto.
Mi alzo prima delle cinque e lascio l’insipida stanza con le pareti di compensato per dirigermi al terminal di Puerto Montt. Nonostante la stagione estiva, la temperatura è bassa e le nuvole oscure non propongono nulla di buono. I passi si replicano veloci.
Alle 6:35 sono nella deserta stazione degli autobus. Kemelbus è l’unico mezzo presente. Diverse persone accanto a quest’ultimo. Assumo un basso profilo: saluto un addetto, forse l’autista, consegno lo zaino, salgo subito e, nella nebulosità che si ha di prima mattina, scelgo un posto libero. Numero 13, finestrino. A metà del bus.
Poco dopo si siede accanto a me
una ragazza. Scambiamo due parole. Lei possiede già il prezioso biglietto.
Spero che nessuno reclami il sedile n. 13.
Poco dopo le sette, l’autobus accende il motore e parte. Gioisco. Mercoledì 15 febbraio 2023, dopo tanta insicurezza, sotto la pioggia pesante proveniente dall’oceano Pacifico che bagna questo lunghissimo peduncolo di cono sud americano, sono prossimo a uno dei percorsi più impervi del globo. La carrettera Austral.
A La Arena prendiamo il primo ferry. Scendiamo dal torpedone e veniamo immediatamente, al tiro, rapiti dai panorami e dai giochi delle nubi con il cielo. Qualche nuvola riesce a tingersi di luce chiara e si specchia nel mare. Non piove più. Poi ancora la terra, Contao, il parco nazionale Hornopirén, il verde dei prati, piccole chiese in legno, colline e continui saliscendi. Veloci.
A Hornopirén la velocità si placa: per il maltempo la strada che precede Chaitén è interrotta. Se non viene ripristinata si torna a Puerto Montt.
Una ora e cinquanta in uno stato di sospensione, e poi il chofer annuncia che si va avanti. Kemelbus parte pieno, lasciando delusi diversi giovani che volevano salire a Hornopirén. Il ferry ci aspetta.
Nonostante la stanchezza e la tensione che sta appassendo, con un bicho sconosciuto nel corpo, godo appieno tutte le tre ore e mezza di navigazione lungo l’incredibile fiordo che il traghetto lentamente penetra. Visioni di isole, uccelli marini, piccole insenature, fiordi laterali che svelano montagne innevate sopra la fittissima vegetazione della Patagonia occidentale. Mi perdo nella Natura, affondo e poi risalgo, lontano dall’equilibrio, e pienamente in esso. In un'altra precarietà, quella atmosferica, il sole stende i suoi raggi, e pare abbia non abbia voglia di nasconderli. Si torna sull’autobus.
A Caleta Gonzalo salgono su Kemelbus diverse persone che rimangono in piedi. Abbiamo appena terminato il terzo e ultimo trasbordo dal barcazo alla terraferma. La strada dissestata che solca il bosco viene affannosamente migliorata dalle ruspe e dai mezzi pesanti. Costeggiamo un paio di laghi, voliamo sopra fiumi, e infine, a pochi chilometri dalla meta, le ruote riconoscono faticosamente il manto asfaltato.
Verso le ore 19 sono a Chaitén. 250 chilometri in 12 ore di viaggio. Siamo pressoché all’inizio della ruta 7, la carrettera Austral.
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sabato 11 febbraio 2023
Il sentiero della Desolazione. Regione dei Laghi. Patagonia cilena.
Saluto con affetto Andrés, Dominica e i loro due biondi bambini e prendo il bus per Petrohué. Sono nel cuore della fantastica regione dei Laghi. Sotto il cielo blu della Patagonia navigano nuvole veloci spinte dai venti occidentali.
Dopo aver passato un lungo percorso nel bosco del parco nazionale Pérez Rosales, il micro ci scarica a Petrohué. Subito mi registro nel centro del Parco, chiedo una mappa a un guardiano e imbocco il sentiero che porta al passo della Desolazione. 11,5 km e 5 ore, andata. Non so se ce la farò, nel pomeriggio devo tornare a Ensenada.
Il cammino è composto da terra vulcanica prodotta
dall’Immenso Osorno e si immerge in un bosco di coihue che lentamente si diradano.
Attraverso letti di torrenti asciutti che d’inverno sono fecondi d’acqua dolce e, di seguito, inforco il sentiero che sale a sinistra. Verso il passo.
Da un punto panoramico posso ammirare tutto quello che ci circonda:
a est, verso l’Argentina, oltre il mare di coihue, si vede un ampio lembo dell’ampio lago Todos los
Santos; a sud e a nord spiccano cime le cui sommità sono nascoste dalle nuvole,
mentre a ovest comincia a delinearsi la Sua figura. Ma di lui parleremo quando
saremo più in alto e più vicino. Nessuna visione del cerro Tronador o del Puntiagudo.
L’altopiano della Desolazione lo raggiungo con fatica dopo una serie di ripide ascese sulla ghiaia vulcanica. Nessun essere umano è visibile; solo cespugli, piccoli alberi, erba, piante succulente e rocce grigie. Lontano dalla massa di turisti nazionali, soprattutto santiaguinos.
Il cammino che porta al paso de la Desolación prosegue quasi pianeggiante; alla destra scorrono una serie di montagne selvagge coperte da alberi nella loro parte inferiore, mentre a sinistra sto girando attorno a Lui, 2650 m, ancora pieno di neve nella parete sud. Il vulcano Osorno. Una maestosità conica notabile a centinaia di chilometri di distanza. Probabilmente la montagna più bella di tutta la regione dei Laghi.
Il passo della Desolazione lo guadagno con un totale di due ore e quaranta minuti. Il luogo in sé sarebbe insignificante, se non fosse per la vicinanza del Osorno. Qualche persona sale dalla parte opposta, dal lago Llanquihue. Ci sarebbe molto da scrivere su questo grande lago, ma per adesso ci limitiamo a scendere da dove son venuto. Le cicatrici ormai sono rimarginate.
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venerdì 27 gennaio 2023
La Laguna Corazón. Los Ríos, Cile
Il micro mi lascia all’entrata della via sterrata che conduce alla riserva. Per raggiungere il paese di Liquiñe il mezzo ha percorso una strada che violava enormi estensioni di tessuto boschivo; poi il minibus è precipitato in una valle enorme, ricca di pascoli, acqua e piccole fattorie in legno.
La strada rurale in costante ascesa e il secco di gennaio preannunciano l’unico elemento poco piacevole del giro: la polvere. Il traffico locale è almeno ridotto a qualche scassato pick-up. Così immagino.
Il sole costante potenzia con vigore l’estate australe, mentre la vegetazione delle zone coltivate collinari offre poca ombra. Cammino spedito sulla strada bianca di polvere, con la ferita aperta nella gamba che quasi non sento. Sento invece l’avvicinamento di un mezzo pesante. Mi sposto. Quando il camion a pieno carico passa davanti alla mia figura si ferma. Tra i fumi di polverume qualcuno lassù mi fa il segno di salire. Bueno. Conosco così Javier, un camionista che sta prolungando una strada di montagna facendo arrampicare il suo Iveco per posti quasi impossibili. Quando siamo al vero accesso alla riserva, Javier mi propone di conoscere il lavoro che stanno operando. “Andiamo”, rispondo.
Dopo la registrazione e il pagamento dell’entrata sono sul sentiero che porta alla laguna Corazón o Ancacoihue (mapuche). Presto abbandono i pascoli per entrare nel bosco. Nei luoghi dove gli alberi si diradano si possono ammirare in lontananza le spettacolari cime del vulcano che fuma, il Villarrica, e l’argentino Lanín, 3770 m.
Altrettanto affascinante si sta configurando la foresta che lentamente penetro. Grazie ai cartelli in spagnolo e mapuche imparo a conoscere piante come il vigoroso tepa e la sottile quila. Il sentiero ora diventa quasi pianeggiante, con una conseguente discesa che porta… alla laguna. È uno specchio d’acqua a forma di cuore contornato da giungla temperata impenetrabile. Alberi maestosi di un bosco che appare primario si riflettono nel liquido calmo, duplicando la loro presenza quali custodi immortali del passato, della mia fugace presenza, e di quello che avverrà dopo. Alti, più prossimi al Cielo.
Percorro una breve traccia che costeggia la laguna Corazón, accarezzando le cortecce degli alberi antichi, tutti coihue, appartenenti alla famiglia delle nothofagaceae, essenze native di questa parte di Cono Sur americano. Rimango a lungo su una panca di legno di fronte alla laguna a scrivere e a riflettere quello che ieri mi ha raccontato un istruito giovane mapuche, sulla vita dei suoi antenati e la convivenza pacifica e non della loro gente con il potere statale.
Le gambe vorrebbero
portarmi avanti, nella selva pulsante.
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domenica 15 gennaio 2023
Identità sfocate. Da Santiago alla Araucanía lungo la Panamericana
In pochi minuti la metropolitana mi porta dalla Universidad Catolica al Terminal Sur. L’autobus a due piani salón cama della Transantin sta aspettando. 786 chilometri sulla ruta 5 Panamericana. Salgo verso l’alto. Partiamo. Volo ancora.
Incorporo tutta l’aria che passa attorno mentre mi libro piano, respirando tutti i chilometri, uno dopo l’altro, con il piacere che non declina, nonostante la stanchezza. Scorrono San Fernando, Talca, Chillán, con i frutteti carichi di colori che omaggiano l’estate australe, lasciando indietro l’aridità e le devastazioni umane della periferia di Santiago. Il vento che viene dalla Patagonia si insinua tra le foglie di pioppo e olmo che brillano alla luce dello scudo luminoso.
Ancora una volta Mirando al Sur, guardando a sud, ammaliato dalla strada e dai panorami. Le Ande si nascondono ancora nella foschia della lontananza; i loro fiumi irrigano le coltivazioni e il mondo circostante.
Cosa ci sarà dopo il viaggio di oggi e quello di domani? Chi è quella anima che si dirige a sud? Dove sono le sue appartenenze e le sue identità? Tutto muta così in fretta, eppure mi sento tremendamente a mio agio, come se sempre avessi compiuto questo percorso, i molti percorsi.
Il sole lentamente si sposta a occidente, cambiando le ombre determinate dagli alberi e dalle case in legno, mentre un cartello in basso annuncia che mancano 118 chilometri a Los Angeles.
La Panamericana continua a fluire sotto e dentro me.
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martedì 15 novembre 2022
Dalla gola Kavros a Loutro. Creta
Quasi per caso mi imbatto nella descrizione di un percorso non consueto: raggiungere l’ameno villaggio di Loutro passando per un canyon sconosciuto ai più, Kavros. Subito l’idea mi attira, considerando la formidabile qualità e quantità di queste conformazione naturali presenti nell’isola di Creta.
Dopo aver goduto delle visioni ampie sul mar libico che concede la strada deserta conducente ad Anopolis da Sfakià (Hora Sfakion), giungo a un tornante che asseconda una potente linea di livello: da una parte la spiaggia di Ilingas, dall’altra il profondo solco nella falesia. Non ho alcun dubbio di preferire la seconda opzione. Per oggi.
Nonostante Kavros gorge nella sua parte iniziale appaia piuttosto ariosa con qualche ometto decadente che indica la via, il sentiero antico posto leggermente in alto rispetto al fondo della fenditura quasi subito si nota che è franato, quindi non resta che muoversi in basso, con le pareti della montagna progressivamente in avvicinamento. Cespugli come il timo arbustivo, l’aulaga, la cimiciotta, germogliano tra pietre sagomate dal tempo; una natura avara condizionata da stagioni estreme. Nelle zone che possono beneficiare di una ombra parziale crescono ginepri.
Muovo i piedi guardando la falesia che cambia con l’angolazione della luce, delle forme e dei colori, con le pupille che continuamente si adattano, accecate dai contrasti del sole e dell’ombra. Muovo i passi con moderata attenzione, senza fretta, seguendo una traccia ormai definita solo dal passaggio delle capre. Qualche ometto solitario appare ancora.
È nei tratti più stretti della gola che sento la profondità della montagna, la vibrazione del suo grembo, riparato e contemporaneamente esposto al mondo sconosciuto là fuori.
Dopo aver passato una parete con facile arrampicata, mi rendo conto che il tempo sta passando velocemente in un canyon che pare infinito. Due preoccupazioni si affacciano: siamo a metà novembre e le piogge di ottobre possono aver causato frane e bloccato la via. Il secondo motivo di tensione è quello delle diramazioni della forra che potrebbero portare perdita di tempo e di orientamento. Cerco di camminare veloce tra i disagevoli ciottoli modellati dalle intemperie, rallegrandomi quando incontro delle pietre impilate non casualmente. La vegetazione di maggiore altitudine offre cipressi, querce e qualche acero sempreverde.
Sono passate due ore e quaranta minuti e circa sei-sette chilometri di sviluppo quando vedo una strada sterrata che sale a sinistra, dopo una cisterna dell’acqua. La gola di Kravos continua. 700 metri di altitudine, ancora in ascesa.
Ci sarebbero aneddoti legati alla strada di terra che conduce ad Anopolis come l’allevatore che mi chiede stupito da dove vengo o i due cani aggressivi incatenati ai lati dell'obbligato percorso, invece preferisco saltare temporalmente appena più avanti, appena sotto la chiesa di Santa Caterina, sull’ultima cresta di montagna che separa dalla costa. In basso si nota un immacolato borgo, una gemma, raggiungibile via mare o attraverso sentieri: Loutro. Quando arriverò al villaggio deciderò di tornare a Hora Sfakion a piedi.
La traccia danza a zig zag verso il mare della Libia, vertiginosamente. La prendo.
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mercoledì 9 novembre 2022
Il cammino che conduce a Balos, Creta
Momento importante quello che riserva il giorno che inizia: raggiungere con le proprie forze la penisola dove si trova Balos, una delle primarie attrazioni di Creta. Quando esco dall’alloggio di Kissamos, nel sangue vagabondo circolano tonnellate di adrenalina.
L’adrenalina continua ad assuefarmi dopo aver passato il porto ormai deserto della città e inoltrarmi nell’ultimo peduncolo della baia di Kissamos. Sono passati quaranta minuti nei quali le gambe hanno liquidato la parte meno interessante del percorso. Ora il profilo apparentemente infinito della penisola di Gramvousa e della lunga fascia di strada marrone tendente al porpora che la attraversa risulta più limpido, nonostante l’opacità portata dai ricurvi raggi solari di novembre. È il momento di estrarre dallo zaino i bastoncini da trekking.
Alle 10:35 sono sulla strada di terra che porta alla laguna di Balos. Vento di nord est asciuga parzialmente il sudore. La baia di Gramvousa (o di Kissamos) è stata agevolmente oltrepassata in trenta minuti, senza incontrare alcun essere umano.
Passo dopo passo la consapevolezza delle cose, di quello che sto compiendo, di quello che fa parte di me e che mi circonda si espande nella sua pienezza. Finalmente a contatto con la natura semidesertica marina dai colori rigorosi, quasi che si confonde con il suolo, dalle forme globose e basse per proteggersi da un mondo difficile. Con immenso piacere riconosco piante di altre isole lontane perdute nell’oceano: l’Aulaga, la Tabaiba, l’Espino del mar. Attorno all’incedere fluiscono essenze sconosciute e altre con le quali da poco ho fatto conoscenza come il Lentisco e la Carruba. Queste ultime riescono a svilupparsi nelle zone meno esposte.
Il tempo passa, e la strada mi conduce, al culmine di una salita a 200 metri sopra il livello del mare, all’entrata della riserva. Una quindicina di auto finora mi hanno passato lentamente. Adesso mi attende una moderata discesa senza alcuna vista della costa ovest, dove risiede la meta. Non è finita.
È da poco passato mezzogiorno quando mi appresto, volando di giubilo, a scendere verso Balos. Sul sentiero incrocio una giovane famiglia con bambini biondi di sole e di aria; il ragazzo comincia a sorridermi da lontano, di seguito anche la compagna. Mi avevano visto quando erano in auto, all’inizio della strada.
“Sei arrivato, grande!”, si complimentano.
“Tre ore, da Kissamos”, rispondo con gratitudine.
“Da Kissamos!”.
“Sì”.
La laguna di Balos esprime il suo splendore questo limpido giorno di novembre, con la brezza che allontana la foschia e la quasi assenza di visitatori. Una sottile striscia di roccia scura che collega l’isoletta di fronte, proteggendo dal moto ondoso diretto, permette che dal versante meno esposto del bacino si depositi sabbia e che si riesca a cristallizzare una laguna con diverse tonalità di chiaro che si mescola con l’azzurro del mare, a seconda della profondità.
Dopo più di tre ore posso toccare il mare e la sabbia bianca di Balos, nel cuore del Mediterraneo.
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sabato 5 marzo 2022
sabato 12 febbraio 2022
Nel parco nazionale di Garajonay, La Gomera
Da Pajarito in un attimo si arriva al punto più prominente de La Gomera. L’Alto di Garajonay, 1480 m, offre grande spazialità, nonostante la calima stazionata a basse altitudini: Tenerife e il suo picco alto, La Palma con le due serie di rilievi che superano i 2000 metri. L’isola El Hierro, l’isola più lontana dell’arcipelago, si nasconde tra le sabbie trasportate dai venti e l’umidità dell’oceano. Nella cima collinare rimango poco perché il percorso 18 che voglio affrontare oggi sembra impegnativo. Così dicono le compiacenti indicazioni fornite dal parco nazionale di Garajonay.
Scendendo da Contadero, 1350 m, il mondo toccato fino alle sue più lievi pulsazioni, cambia nell’interezza. Dal sole all’ombra, dalla luminosità a una profonda oscurità. Sono nella più importante area di laurisilva della Macaronesia. Nel bosco sempreverde di lauracee del parco di Garajonay, oltre a trovarsi in un altro ambiente, ci si sente proiettati indietro in quelle che erano le antiche foreste che coprivano il mediterraneo. Superstiti del passato. Nella sua ricca biodiversità riconosco appena l’acebiño, l’erica arborea, la faya, il tilo ‘canario’; piante antiche che raggiungono fino a quaranta metri di altezza. Ammiro brezos (erica arborea) le cui basi superano i cinquanta centimetri di diametro!
Discendo il sentiero 18, nella selva ombrosa cosparsa da felci e fiori strani, con muschi e licheni penzolanti dagli alberi che raccolgono l’umidità dalle nuvole portate dagli alisei.
Le gambe portano fino alla località El Cedro, dove i suoi spazi aperti abbagliano gli occhi. Ora bisogna salire per raggiungere Reventón Oscuro (…) e La Zarcita. Poco prima di guadagnare quest’ultima meta, in un miracolo, il bosco sempre più rado si apre con un paesaggio da favola: sopra un grosso masso ai cui piedi riposa una sabina o un cedro, vedo l’oceano, il Teide e i torrioni rocciosi del parco di Garajonay, come il roque di Agando; sulla sinistra viaggia il mare di nuvole in continua mobilità interna.
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domenica 30 gennaio 2022
Il soffio dai vertici del Teide
Non è facile trascrivere le aspettative provate alla vigilia della salita sulla la montagna alta, simbolo e icona dell’arcipelago canario: il Teide. Quello che è sicuro sono le incertezze legate alle condizioni del tempo nelle alture del vulcano.
Il bus 348 ci lascia poco dopo le 11 alla fermata Montaña Blanca, a 2350 metri di altitudine. La neve caduta qualche giorno fa e il gelo notturno osservato già parecchio più in basso fanno nascere qualche preoccupazione nella mia mente e in quella di Nando, compagno di escursioni alpine con il gruppo SEI. Ma la bella giornata e la potenza di questo sole meridionale incoraggiano le speranze.
In seguito di una ascesa sulle facili pendenze della Montagna Bianca, dove sbucano floridi cespugli di retama del Teide, la ginestra indigena, siamo ai piedi della impervia muraglia che conduce al rifugio di Altavista. Qui un cartello avvisa che il sentiero è chiuso causa ghiaccio e neve. Una coppia sta salendo mentre un individuo torna a valle. Poso lo zaino a fianco di una solitaria pianta di jara. Ci guardiamo negli occhi di califfi SEI e subito partiamo verso l’alto, alla ricerca della cima vulcanica.
Quasi subito raggiungiamo la coppia polacca rimasta a chiedere informazioni all’uomo discendente. Il duo viene dietro di noi con baldanza. Anche se la pendenza è forte, tranne per alcuni limitati tratti, la neve ghiacciata con il calore del sole diventa cedevole, permettendo una buona aderenza e velocità. Dopo una ventina di minuti i polacchi sono spariti dalla vista.
Solo in prossimità del refugio de Altavista, 3270 m, il vento meridionale comincia a farsi sentire. È proprio la calima, vento che porta sabbia dal Sahara, colpevole oggi della scarsa visibilità a quote medio basse, che offusca le visioni lunghe proposte dal rifugio Altavista. In alto il cielo è straordinariamente azzurro, consentendo di vedere parte della corona di cime dell’altopiano del Teide. Un poco d’acqua, due parole con dei ragazzi canari saliti con i ramponcini, e poi ancora in alto, per respirare da vicino il soffio del Pico che ancora si cela dietro aguzze rocce appena innevate.
Solo quasi al termine dell’ultima ascesa Lui diventa visibile: prima la punta, infine tutto il cono montuoso si mostra nella sua interezza. Qualche passo sulla neve e siamo al Mirador de la Fortaleza, 3540 metri di altitudine. Sono quasi le ore 14. Sotto, a ovest, è solo possibile sognare l’oceano e l’isola di La Palma, il cui vulcano ha da poco cessato di vomitare lava, mentre gli ultimi duecento metri del picco del Teide appaiono così vicini, così familiari. Qualche nuvola portata da venti veloci tenta inutilmente d'incoronare la montagna regina.
Il nostro tempo è finito; dopo un inchino non rimane che tornare in basso, fino alla calima e poi fino alle acque dell’oceano Atlantico.
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