domenica 31 ottobre 2010

Una mattina a Bangkok – parte uno

Nella Citta' degli Angeli la mattina arriva troppo in fretta. Apri gli occhi con il buio, rigiri il corpo magro nel duro materasso ed è già giorno. Le ore di luce mattutine che ti getta addosso il quartiere Banglamphu sono sempre silenziose, quasi a compensare gli eccessi della notte in una città molto generosa con gli uomini. Questo peduncolo di verde, hotel e case attaccato al Chao Praya river è come una cittadella proibita rimasta intatta agli algidi bombardamenti di aerei stranieri portatori di una loro democrazia, intonsa alla corrosione di un tempo che ha per unica arma la pazienza. Fuori Banglamphu, mostruose e gonfie arterie colme di metallici marchingegni si sfidano a vicenda affondando nell'afa per condurre da qualche parte persone e cose; linfa corrosiva e forse necessaria che avvolge e ancora avvolge. Dentro Banglamphu, regna il silenzio del feroce sole crescente, ammorbidito da nuvole monsoniche. Precisamente, nella piccola stanza dalle sottili pareti di cartongesso, un rumore costante mi circoscrive. Osservo le instancabili pale del ventilatore muoversi sotto il soffitto macchiato, un cerchio ipnotico il cui suono si e' fissato nel cervello fino ad annullarlo consciamente, dopo averlo incorporato tutta la notte. Rumore corrosivo ma necessario.
Dal soffitto sposto lo sguardo alle lenzuola che non coprono il corpo nudo: sono lì su un lato del letto solitario, spiegazzate, rattoppate dai buchi di brace di sigaretta, gialle a furia di lavaggi, quasi inutili. Solo verso l'alba, quando la temperatura si avvicina a qualcosa  che assomiglia vagamente alla passabilità, esse vengono cercate e magari posizionate sui piedi. Specularmente a quando il sole tramonta, le ore che accompagnano il sorgere del sole sono quelle del ristoro, dell'anelato impossibile fresco.

Sono sbarcato ieri pomeriggio nell'umida stazione dei bus di bkkEkkamai dopo un lungo viaggio proveniente dalla costa interna,  salito sullo skytrain, poi il familiare bus 15, Banglamphu. Niente tuk-tuk o taxi come fanno i turisti. Quando il giallo pallido del tramonto stava cedendo gli ultimi colori pastello alla notte entravo in un hotel economico dalla facciata pomposa, contrattavo il prezzo dopo aver dato un occhio alla camera e mollavo i polverosi bagagli. Poi fuori per acquistare una Leon e rambutan.

Allungo il braccio verso il comando del ventilatore per abbassare di un punto la velocità, tanto per ammorbidire la sua presenza sonora. Ora dalle pareti mi arriva il tossire della persona che dorme nella stanza accanto; da qualche parte una porta si chiude.  Alla mia sinistra -vicinissima al letto e sopra un mobiletto- vedo una piccola televisione sulla quale ho appoggiato lo spazzolino e il contenitore del sapone, monete, la chiave del lucchetto. La bottiglia dell'acqua è accanto all'elettrodomestico a cui ho staccato la spina. Sulla porta d'entrata è appeso l'asciugamano odorante di muffa e la maglietta che uso durante il giorno; i calzoni e lo zaino piccolo sono infilati nella cornice sporgente dello specchio accanto alla televisione. Precisamente, bisogna ottimizzare lo spazio. La borsa è ai piedi del letto accanto alla guida, l'usurata mappa della città, una birra vuota e le infradito. Il bagno si trova oltre la parete del letto; l'altra volta era fuori dalla stanza, ma non aveva importanza, ero e sono qui, nella Citta' degli Angeli.
Saranno le otto passate e fuori si ode qualche sporadica moto e nulla più oltre ai canti dei galli e il richiamo di qualche uccello dietro le mura di un monastero alberato.
Rimango ancora un tratto disteso osservando senza vedere la stanza, infilando pensieri raminghi e assaporando il fresco accumulato durante la notte; tra poco mi alzerò per raggiungere quello sconfinato viale che mi porterà fino in fondo alla Lan Luang road, sotto un cielo opalescente. Sono tranquillo perché qualsiasi ora mi alzerò sarà sempre troppo tardi e troppo caldo.

giovedì 7 ottobre 2010

Smarrimento a Da Lat

Scendo quasi spingendo il ragazzo che ci accoglie all'arrivo. E' sempre cosi'. La compagnia dei bus si accorda con l'albergatore per fermare il bus di fronte all'hotel. “Mafia connection”, dico a un coppia di inglesi che avrebbero voluto scendere in centro citta'. Loro emettono un paziente sorriso di intesa. Raccolgo la borsa tra le decine gettate per terra dall'addetto del bus e mi incammino alla ricerca di un alloggio, senza rispondere a taxisti e  procacciatori ansiosi. L'aria degli Altopiani centrali gia' mi elettrizza.
Questa mattina mi sono alzato presto, ho contemplato con un alito di nostalgia le calme onde del mare pensando a nulla, poi ho fatto un cenno di commiato verso quell'acqua venata da obliqui raggi solari.
Il bus scorre tra coste sabbiose e rocce nere che si inumidiscono nel mare Cinese. Vento caldo entra dai finestrini spalancati. Case di mattoni e hotel si strofinano nello specchio degli occhi senza rimanervi, mentre l'udito incontra il ritmo reiterato di All Things dei britannici cinematici. Cominciamo a vagare tra colline spelacchiate, abitazioni di paglia e bambini che tornano da scuole invisibili, respirando polvere illuminata da feroci raggi solari. Dopo un'ora il bus imbocca una pista squinternata dal monsone, dove l'asfalto e' uno spurio ricordo del passato; percorriamo altopiani carichi di storia e di guerra recente. Mille colline solcate da torrenti chiari accolgono il nostro mezzo, mentre la pianura  lattiginosa si allontana. Per lunghi tratti quasi ogni spazio verde -Aroudalatanche quello più in pendenza- è sfruttato, coltivato, raso al suolo dagli uomini-cavalletta di questo Paese. Sembra una corsa virtuosa ad eliminare l'ultimo filo di Natura libera. Scuoto il capo sconsolato.
Come in un gioco che non è gioco vengo presto smentito da una serie di catene montagnose rivolte verso ovest coperte da conifere: forse un parco nazionale. Salendo e spostandoci lontano dalla costa, agguerrite barriere nuvolose ci vengono incontro, donando refrigerio e qualche sporadica ondata di gocce sottili. Oltre una piatta collina scorgo porzioni di Da Lat. “Crepa caldo”, dico a me stesso, aggiungendo qualche parolaccia che filtra tra le labbra lunghe di sorriso.
Percorro veloce strade pendenti prima di trovare un alloggio. L'hotel è pieno di turisti locali, probabilmente una grossa comitiva. La signora mi mostra una stanza all'ultimo piano con bagno e acqua calda. Per abitudine cerco con gli occhi il ventilatore.
“Sarebbero sette dollari ma”, quasi anticipando una mia richiesta di ribasso, “ti sconto un dollaro”. Annuisco senza parlare.
Dalla camera vedo palazzi coloniali, case alte e aguzze, hotel, antenne; in là scorgo puzzle di colline spruzzate di verde, solcate da profondi e invisibili torrenti. Il sottofondo dei clacson perenni Da Lat che proviene dalla strada perfora e rimbalza su informi strati di nuvole grasse di umidità. Esse si muovono lentamente, quasi in accordo tra loro: prima le fasce più basse, quelle maggiormente rarefatte, poi quelle intermedie e quindi le nubi superiori che offrono una cappa impenetrabile. Una mandria affiatata nella loro scomposizione.
Mentre mi preparo per uscire, un lieve stato confusionale avvolge la mia mente. Lavandomi le mani, toccando la salvietta, intuisco che qualcosa di significativo è cambiato attorno a me; in quel lampo di mezzo che precede la soluzione, un istante prima di arrivare al motivo, mi sento strano: le abitudini di sempre sono declinate in maniera diversa causa qualcosa di incomprensibile, differente dall'ordinario, lontano ma al contempo familiare. Tocco il metallo dell'orologio e lo percepisco fresco... Ecco, tutto si risolve. Un palpito per rendermi conto che il cambiamento, la diversità, era veicolata semplicemente dall'abbassamento di temperatura. Eppur in quell'attimo lungo uno schiocco di lingua, dopo mesi scolpiti su un mondo bollente, con il sudore cucito all'epidermide, ritrovo a sorprendermi per una serie di cambi di sensazioni che avvolgono la mia persona.
Ma ora è tempo di uscire. Fuori qualcosa di nuovo è in attesa.
 
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